Maria Cristina Picciolini

COME SALTARE NELL’ATMOSFERA

L’interpretazione soggettiva è il nocciolo determinante per capire l’arte di Maria Cristina Picciolini (nata ad Orbetello, vive tra la Toscana, Siracusa e Monaco di Baviera) che si fa elaborazione, conquista di un pensiero dominante tra i punti di fuga geografici del suo risiedere fino all’involucro che racchiude i meandri della coscienza umana.
Il vortice dei colori, delle figure spezzate, ingigantite, rielaborate, è un continuum che costringe il visitatore a fermarsi e a cercare un nesso. Sono opere che vengono attraversate spesso da un’onda, da un movimento infinitesimo, dolce, da una propagazione sorgiva nel tempo e nello spazio, da un sussulto che smembra le cose e le ricompone diversamente da come le percepiamo nella realtà.
Si segue l’agire della forza elastica della flessibilità, ma il sogno, evidentemente, entra a far parte del significante dietro l’immagine fotografica, del tutto “disertata”. I colori sono vivificanti nella struttura che si perde e si ritrova, nei corpi come nei visi sbozzati, stilizzati, ma non mortuari. Volti circonfusi spesso di cieli, di vapore, di nuvole che inebriano la vista e inducono alla riflessione su frequenze, propagazioni, energie che non percepiamo con la vista e con l’udito.
Opere che sono anche raffigurazioni, disegni, illustrazioni, digressioni. Nessuna turbativa vibra dall’arte di Maria Cristina Picciolini, ma una pace allettante, un misto di contatto e ascolto.
I visi sono anche, metaforicamente, mani tese, offerte. Il trasporto di energia introduce un fattore vorticoso che ingloba e rende il corpus delle opere malleabile, senza faglie e fratture. A volte la proprietà fisica delle figure ha a che fare con un vivere trascendente che non restituisce il nostro oggi, ma catalizza fenomeni mai uguali a se stessi, qualcosa di non compromesso, di illibato.
I quadri della Picciolini “volano” sormontando la terra e i soggetti affiorano, svaniscono, riaffiorano nella veglia, in una sorta di vagheggiamento. La luce è tenera, un meriggio che fa risultare la superficie increspata, ma anche mitizzata da creature celesti brulicanti nell’aria.
Non definiamo questa pittura astratta, ma avvolta in un velo con umanoidi allacciati, gravitanti in una spirale ascendente tra le tonalità del blu scuro negli sfondi (probabilmente richiamando il mare) e gli sprazzi di rosso fuoco.
Donne come sirene, portatrici di conforto, ricordano il grande Marc Chagall.
Lo stile della Picciolini è espressionista, ma nella dimensione surreale e onirica, simbolista di una creazione popolata di un’essenza benefica, primitiva, che ammorbidisce il presente, che placa la notte con felici trasmigrazioni contro ogni possessività e sentimento remissivo.
Il paesaggio astraente raggiunge il suo punto più alto di spersonalizzazione, ma istanti e baleni dove riappare l’uomo ridanno una materialità incarnandola. Il bisogno di verticalità e di creaturalità accende un umore felice, liturgico. Gli archetipi cosmogonici, di derivazione presumibilmente religiosa, appaiono di continuo nelle opere di Maria Cristina Picciolini. Il suo proscenio naturale consiste nel sentire e nel custodire il senso del sacro, un’anima forse panteista, un romanticismo al quale aggiungere le ali.

 

 

Alessandro Moscè

Giornalista e scrittore